Recensione/Presentazione de “La carezza delle ombre”

di Filippo Di Nardo
22/05/2013
Biblioteca Comunale di Villaricca – Non ho mai avuto un buon rapporto con i poeti e le loro poesie, li ho sempre paragonati a quei pittori e ai loro dipinti criptici, ermetici, cervellotici di fronte ai quali puoi restare immobile per ore senza addivenire a nessuna chiave di lettura.
Non so se vi è capitato di ascoltare poesie ingarbugliate, attorcigliate, aggrovigliate, incomprensibili ma declamate da una voce così suadente e convincente che di sicuro avrete pensato: “Come descrive gli accadimenti umani ed universali quest’autore non lo fa nessuno al mondo”; così come davanti ad un quadro, che più astratto non si può, non avete potuto esimervi, in quanto circondati da esperti estimatori, di pensare ad alta voce: “Questo pittore parla con il pennello, non mi ero mai commosso fino alle lacrime davanti ad un dipinto di siffatta spiritualità”. Perdonatemi, ma sono certo che in entrambi i casi non avete capito un cazzo, ma il bon ton vi ha impedito di essere sinceri, e poi mica uno può fare la figura dello stronzo zoticone che non spende una lacrima di fronte a cotanta bellezza: non si può!
Mi sono occupato di romanzi, raccolte di poesie di libri vari, li ho presentati e recensiti secondo il mio modo di interpretarli e soprattutto secondo le emozioni che mi trasmettevano. In alcuni casi sono stato descritto come colui che si è introdotto nelle pieghe dell’animo umano dell’autore, e che ha saputo leggere tra le righe di quanto si è voluto trascrivere; in molti altri casi sono stato bollato come un deficiente che non aveva saputo cogliere l’essenza che traspariva dalle parole. Bene, ho sempre fatto il tifo per la seconda ipotesi.
Devo anche confessare che una manciata di poesie le ho pubblicate anch’io e in un paio di occasioni, non so per quale arcano motivo, sono stato pure premiato: solo tempo dopo sono venuto a sapere che i membri della giuria facevano un uso smodato di sostanze stupefacenti.
Poi, per fortuna, sono smentito da alcuni autori che con il loro scrivere mettono in crisi le mie convinzioni; in altre parole: devo ricredermi.
E, sempre in verità, lo faccio molto volentieri ed è con immensa partecipazione emotiva che mi accingo a dire due parole su quanto ho letto.
In questo caso specifico mi ritrovo con in mano la seconda fatica (si fa per dire) letteraria di un giovane giuglianese, Ciro Abbate, ed il suo: La Carezza Delle Ombre.
Come di consueto parto sempre dalla copertina, che già di per se è preludio e foriera di quanto si andrà a leggere; ma, per il momento, la relego per le battute finali.
Parto quindi dalla biografia che subito intriga per quanto lo stesso autore, tra il serio mosso ed il faceto andante, confida: subito mi viene in mente una commedia di Armando Curcio: A Che Servono Questi Quattrini, dove la filosofia trainante del Marchese Eduardo Parascandolo –un immenso Eduardo- ribadisce che il denaro è inutile ed è una sorta di malattia che affligge l’umanità; inoltre gli uomini non dovrebbero lavorare ma dedicarsi alla contemplazione e al riposo.
Ciro Abbate, almeno per il momento, ne risulta degno ermeneuta, ma non ne sembra tanto convinto in quanto, è innegabile, che dei suddetti quattrini non se ne può fare a meno. Ed io, come voi d’altronde, concordo.
Poi mi trovo di fronte alla prima prefazione dove, a chiosa, leggo: Non ci accorgeremmo della luce se non fossimo al buio: e la frase mi riporta alla (poca) memoria una canzone di Franco Battiato: L’Ombra Della Luce, dove si ascolta: “… le gioie del più profondo affetto o dei più lievi aneliti del cuore sono solo l’ombra della luce” e più avanti: “… la vibrante intesa di tutti i sensi in festa,
sono solo l’ombra della luce”; versi che l’autore sposa in pieno.
Nella seconda introduzione, a cura di Emiliana Avellino, alla fine, potete leggere: Capii il senso delle cose, guardai oltre la siepe. Anche qui affiora il ricordo di un libro letto tanti anni orsono: Il Buio Oltre La Siepe, della statunitense Harper Lee, nel quale la scrittrice affronta lo scottante tema del razzismo negli anni trenta: Ciro Abbate riprende, per vie trasversali, questo tema con: Resurrezione.
Nell’introduzione di Ciro, invece, si può leggere di come il suo epigenetico (non mi chiedete cosa vuol dire, perché non lo so) amore per la Poesia sia dovuto alla scoperta di come essa possa guarire ogni ferita insanabile, e fare da scudo contro ogni male.
Certo che questi poeti sono proprio dei pazzi irrefrenabili: difficili da capire ma di cui non si può farne a meno. Sono dei visionari, degli eterni bambini, dei folli… dei puri. Ad avercene di questi al Governo.
Entriamo ora nei dettagli: troviamo, come ouverture, l’attesa di una voce che sicuramente ritornerà; poi è la volta della poesia che dà il titolo alla Raccolta: La Carezza Delle Ombre, e qui siamo avvolti dal velluto di: “… Nell’istante che precede il giorno/ la notte sembra scivolare via/ come un’amante che si riveste di luce/ e mentre s’incammina volge un ultimo sguardo indietro”, un passaggio che ci riporta alla copertina, di Veronica Crisci, che riprende come meglio non si potrebbe a parole, un (fotografico) soggetto dello stesso Ciro e di Giovanna Ferrara.
Poi passo alla denuncia di Desaparecidos la quale denota come l’autore sia iper sensibile alle mostruosità perpetrate ai danni di un essere umano con una visibile vigliaccheria cui fa seguito una inspiegabile mostruosità.
Troviamo poi la “resa” di fronte ad un mondo violento con la jazzistica Disarmo; questa poesia ha un forte sapore Zen, è un grido di dolore contro le inutili battaglie che consegneranno ai posteri una umanità sconfitta.
Volto pagina e trovo Il Settimo Giorno: catrame liquido che potrebbe travolgervi.
Ed ecco la genialata di Folle: nella terzina conclusiva troverete in grassetto (sempre che le diottrie siano poche) tra le parole, il filo conduttore di questa raccolta. Di cosa sto parlando? Non sono demente fino a questo punto: andatevela a leggere. Vi svelo solo che non c’è niente di più folle della follia dell’Amore.
A questo punto devo dire che tra un “gruppo” e l’altro di poesie potete pure apprezzare degli scatti. Non sto dicendo che l’autore è nervoso, parlo di foto.
Ciro prosegue per immagini con: Notte Di Pioggia D’Amore, L’Alba Del Gabbiano e con L’Eleganza Della Libertà; quest’ultima è una ennesima condanna per un mondo che poco si ferma a guardare e/o riflettere e molto speditamente avanza verso il nulla.
Poi segue una delicata Passione D’Esistere, dedicata al Prof. Francesco Russo: affari privati.
La Rivalsa E L’Abbandono riprende, velatamente, Disarmo e si collega a essa con la quartina conclusiva: “Lo sconforto attende noi/ le rovine del mondo saranno i tasselli di un puzzle da ricomporre. E chi ha gioito per la rivalsa/ ora conoscerà il dolore dell’abbandono”. A buon lettore poche parole.
Abbiamo poi la dissolvente: In Un Soffio Di Luce, dove siamo ri-catapultati alle frasi introduttive.
Si necessita, arrivati all’interludio, una mia presa di posizione: siccome nessuno mi paga per scrivere questa sporca, fetente e quasi inutile presentazione/recensione, posso fare quello che meglio mi aggrada; e pertanto, seppure non sia dovuto a stilare una classifica di merito, passo, e voi non potete farci niente, alla mia Poesia preferita, vale a dire: L’Attimo Legato All’Infinito.
Non siete d’accordo? E chi se ne frega!
È con questa cifra stilistica, con i suoi fotogrammi parlanti, che Ciro Abbate, a differenza di tanti sponsorizzati, decantati, osannati maestri dell’incomprensione, racconta con immagini (e pertanto rende comprensibili anche versi che poco hanno del didascalico e molto della semplicità espositiva, che resta, a mio parere, la forma più complicata di trasposizione) concetti che, all’apparenza ostici, profumano di naturalezza allo stato puro. Cosa ho detto? E chi lo sa!
Da “Rive Gauche” la frase finale di Wolfgang Goethe.
Il volume, che contiene altre poesie, si chiude con i doverosi ringraziamenti e soprattutto Ciro, the last but not the least, anzi rimarcandolo con tutti i crismi dell’ufficialità, ringrazia la sua Veronica che, mi sembra più che evidente, ha contribuito a ripulirlo delle “scorie” che, complice una malcelata solitudine, più contestuale che dato di fatto a questo punto, il Nostro si trascinava dentro ma che aspettavano solo la luce che spazzava vie le ombre per riemergere dal mare, che magari spesse volte ha prestato ascolto alle sue “sofferenze” esistenziali.
Ed è per questo che per concludere mi riallaccio alla copertina, la quale, a contraltare del suo primo volume (Le Perle Nere, una foto che lascia il tempo che trova) è sintomatica nel dirci di come questo ragazzo, che nonostante guardi indietro, avanzi ormai a vele spiegate verso un futuro ancora (forse) impregnato dai démoni ma che non tarderà a rischiararsi e far posto alle dolci note di un duetto.
Vi suggerisco di fare vostro questo libro giacché una Piccola Luce di Infinito non potrà che far bene alle nostre anime devastate e piagate dalla mancanza di Poesia.
fdn

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo di WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione /  Modifica )

Google photo

Stai commentando usando il tuo account Google. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione /  Modifica )

Connessione a %s...

Crea un sito o un blog gratuitamente presso WordPress.com.

Su ↑

%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: